|
SENZA
RASSEGNAZIONE
Modalità di presenza: testo solitario
Idoia Romano.
Mujer de Negro Euskadi
Incontro delle Donne in nero. Agosto 2007
Mi rivolgo alle Donne in Nero
del Mondo, ciò non significa che non scriva
tenendo conto di altri scenari di discussione, di riflessione e
di lotta, perché non credo – da adesso - in nessuna forma di
riflessione endogamica che non abbia la vocazione e la coscienza
di trascendere le proprie frontiere di autocompiacimento di
qualsiasi dinamica collettiva.
Scrivo dunque contemporaneamente rivolta ai movimenti sociali in
Spagna, alle femministe singole e organizzate di altre parti del
mondo, alle persone singole spesso molto esaurite che soffrono
l’isolamento di non trovare spazi di riflessione per collocarsi
in forme di comportamento e pensiero controcorrente
che non siano compiacenti con nessuno; e ce ne sono tante in
Euskadi e nella stessa Spagna.
Sono sicura che, nonostante le distanze e l’isolamento in ogni
direzione, ci saranno donne che costruiranno empatia e useranno
queste parole come utili per i loro processi.
Per questo mi permetto di presentarmi a questo incontro con
questa modalità di testo solitario. Sono presente come testo
solitario con le parole come mia presenza corporea non per
vigliaccheria, non per evitare nessuna discussione, e tanto meno
perché oggi mi trovo profondamente impegnata in una lotta
sociale molto concreta in Bolivia; nessuna di queste ragioni
sarebbe sufficiente per non partecipare all’incontro.
Da più di 15 anni ho preso la decisione di pensare la mia
condizione di basca come donna in nero, come femminista e come
antinazionalista. Queste connotazioni segnano la mia vita
quotidiana e tutto il mio agire politico. Perciò la modalità del
testo solitario è l’unica che mi permette di essere presente
senza dovermi perdere in auto-giustificazioni, senza rassegnarmi
alla confusione e immaturità politica con cui la rete ha assunto
“il conflitto basco” e senza contribuire definitivamente
alla banalizzazione rendendomi complice di una simulazione.
Comincio dalla fine; la rete di donne in nero di
Spagna non è riuscita per moltissime ragioni, che non siano
occasionali, né ad approfondire né a prendere posizione né
pubblica né al suo interno sul conflitto armato più drammatico
della società spagnola. E’ perciò che la mia presenza corporea
fatta parole in un testo risulta, essendo la più difficile e la
più coerente che trovo per me stessa, ad un tempo la più
criticabile.
Parto dalla necessità
di riconcettualizzare le cose; una riconcettualizzazione che
implica ripensare e uscire dai luoghi comodi dove siamo
rutinariamente collocati e collocate quasi come telespattatori
della nostra realtà sociale. Non sto parlando della
riconcettualizzazione che si fa dall’accademia, dalla distanza
su cui altre possano stare vivendo in quanto ci serviamo dei
conflitti di Colombia, Israele o Belgrado come anestetici per
non ripensare la nostra realtà politico sociale.
Riconcettualizzare è una pratica che nella società spagnola nel
suo complesso non solo abbiamo abbandonato, ma addirittura
delegato ai partiti politici, sindacati, chiese, ong e altre
forme istituzionali che fanno da intermediarie “in nostro
nome” e sulla base della nostra comodità, rassegnazione,
imborghesimento e assenza di organizzazione e voce propria.
Un esempio di questo nel caso del conflitto basco, se così
volete chiamarlo, è stato l’ahotsak e tante altre
istanze. (Ironia della vita: “ahotsa” vuol dire voce
quando nei fatti e in fin dei conti ha significato un
ammutolimento).
“Non sono originaria sono originale”:
(graffiti delle Mujeres Creando di Bolivia)
Identità, cultura, nazionalismo e “copione
ufficiale”(1) basco
Quando parlo di un copione ufficiale basco mi riferisco a un
complesso di definizioni, aggettivi e attributi indiscutibili,
rigidi, omogeneizzanti e prestabiliti contemporaneamente da:
-la cultura come luogo fondamentale di appartenenza,
-la famiglia come luogo di imposizione di questo schema,
-dallo Stato nazionalista e da tutte le sue istituzioni come
patto sociale inamovibile.
Voglio dire che il peso del copione ufficiale basco si completa
e rafforza tra l’ambito pubblico e quello privato. Diventa un
patto della società con lo Stato che passa attraverso forme
simboliche di sottomissione, rispetto ed obbedienza. Si tratta
di una catena di contenuti che sono imposizioni e privilegi
confusamente mescolati tra loro.
La manipolazione sociale della pretesa coscienza
collettiva di essere diversi, il ruolo della lingua come
depositaria di questi contenuti, il modello educativo
autoritario, che si autogiustifica immediatamente con l’essere
basco, sono solo alcuni esempi di questa costruzione sociale.
Costruzione sociale che ti trasforma e ti chiede di sentirti
appartenente ad una comunità separata e distinta dalle e dagli
altri, che mina il concetto di universalità, che rafforza il
senso di privilegio innato e di frontiera separatista
permanentemente autogiustificata.
In questo contesto “l’altra, la diversa non appartenente”
e peggio ancora “quello o quella che si apparta” risulta
essere una minaccia inaccettabile. Dichiararsi come un paria non
appartenente risulta essere l’unica breccia possibile per
rispondere e reagire di fronte all’impatto di ammutolimento,
disciplinamento e immobilizzazione che questa struttura sociale
richiede dal tuo comportamento.
Uscire dal copione ufficiale basco
Uscire dal copione ufficiale basco è creare un altro spazio,
altri contenuti e altri linguaggi che possano esprimere profonde
forme di disobbedienza, rottura con un circolo vizioso di
privilegi e contenuti patriarcali, uscire dal copione
ufficiale basco è la mia prima proposta concreta di lavoro.
Sguazzarci dentro o essere concilianti significa continuare a
collegarsi inutilmente ad un cerchio di potere che torna
infinitamente alla sua giustificazione.
Mi chiedo: Chi deve o no prendere la parola su
ciò?
Come la violenza del conflitto basco si è estesa a tutto il
territorio spagnolo, uguakmente il copione
ufficiale basco ha costituito la sua credenziale in
tutto il paese. Il copione ufficiale basco funziona non solo
comr autoattribuzione, ma anche da fuori del contesto basco si
chiede il riconoscimento del suo senso e valore.
In questo contesto rompere il copione ufficiale
basco non è un compito esclusivo delle e dei basche/i, è un
compito che tocca direttamente tutti e tutte noi che abbiamo
preso posizione di fronte alla violenza patriarcale e di fronte
alla costruzione di privilegi. Non farlo può sembrare
“politicamente corretto” però risulta essere solo un atto di
obbedienza più che di rispetto.
“Non in nostro nome”
Fare un’analisi femminista di questo
“conflitto”
non
implica
la semplicità meccanica di
interrogarsi sul ruolo delle donne in questo conflitto.
La domanda non è: come questo conflitto colpisce le donne o se
siamo vittime o protagoniste del conflitto. L’analisi femminista
implica un’analisi del contenuto patriarcale. Interrogarci senza
limitazioni, applicare la logica del dubbio, utilizzare le
categorie di analisi che il pensiero femminista offre per
analizzare il soggetto protagonista del conflitto, il contenuto
simbolico del conflitto, il legame tra pubblico e privato e il
tessuto sociale in cui questi attori si mantengono. A partire
da qui, ultimamente possiamo interrogarci sul posto delle donne
in questo conflitto, prospettare le brecce di rottura e prendere
posizione.
Il conflitto basco non è un conflitto basco: dal popolo al
padre, dal padre al figlio, dal figlio all’eroe
Popolo:
Il conflitto basco non è un conflitto basco, convertirlo in un
conflitto basco
implica
la costruzione della figura di
“un popolo”
che sarebbe
quello che muove
il conflitto. Questa forma di nominarlo fa del conflitto un
valore universalizzante a tutto quel che è basco, supremo perché
si colloca
sopra
ciascuna delle persone che in modi complessi fanno parte di un
collettivo e in questo senso omogeneizzante ma al tempo stesso
onnipotente, onnipresente e
sovrasociale.
E’ così che il concetto di popolo è intrinsecamente vincolato al
conflitto basco, è inutile
pretendere
di rompere con la logica di violenza senza rompere con il
soggetto supremo che
“il popolo basco”
pretende di
essere.
E’ una specie di perversione linguistica; convertire qualcosa
che poteva essere perfettamente descritto come un
“conflitto dell’ETA”
in un conflitto basco. Chiamare così il conflitto è comune e
quotidiano nei mezzi di comunicazione e in molti se non in
tutti gli ambiti di discussione.
Il
fallo
del popolo - Conflitto armato basco:
L’altro modo di nominare il “conflitto basco” è quello di
chiamarlo conflitto armato basco, che aggiunge al modo
precedente dentro allo stesso significato simbolico solo un di
più, che è quello delle “armi”.
Poiché il conflitto è del “popolo”, le armi risultano
essere “del popolo”, del popolo nel senso di ente
sovrasociale
che si esprime attraverso la forza. Si tratta di un
complemento
fallico del popolo che lo mascolinizza e lo converte in una
presenza ed un valore
ancor più
supremo, minaccioso, annichilente e violento.
Quelli che difendono il popolo sono quelli che lo rappresentano:
Quelli che dentro a questo gioco simbolico hanno l’esclusiva di
rappresentanza o di collegamento politica con il “popolo
basco” sono quelli che lo difendono. La lista va dal
patriota, l’“abertzale”,
che è colui che ama “la patria”, fino a “el
etarra”,
che è colui che muore e uccide per la patria.
Attraverso questa doppiezza simbolica l’azione violenta si
converte in una pretesa azione di difesa che ha come
compensazione la sua condizione di essere legittima ed eroica.
Questa catena è una catena che nella società basca ha
attraversato
generazioni dai padri ai figli. E i giovani maschi funzionano
come una forza di ricambio costante. Questa catena di eroismo e
patriottismo non è una catena di discussione politica, tutto
pare essere già definito
in anticipo:
né la difesa della patria, né l’amore per la patria possono
essere messi in discussione.
E questo può essere uno dei motivi per cui il
preteso
“conflitto basco” pare non avere un orizzonte, un “verso
dove” tangibile, discutibile o suscettibile di evolversi.
In che consiste allora il conflitto basco?
Nell’avere e costruire un nemico. Nel dividere il mondo nella
logica di vittima e vittimario, dove i
prigionieri
non solo sono i salvatori della patria, ma anche le vittime del
conquistatore.
La vita sociale basca
attorno al
conflitto dell’ETA
dura ormai
da 47 anni e 5 generazioni ed il processo verso una soluzione si
è convertito in parte di un
ricatto
permanente e terreno di disputa politica dei partiti. E’ stata
condizionata non solo la vita della società basca, ma anche
quella di tutto il territorio spagnolo.
Di fronte a questa struttura
simbolica viziata che
non pare suscettibile di cambiamento
in quanto è, a questo livello, una corazza che vive della sua
propria autogiustificazione, il “non in nostro nome”
risulta essere non solo una risposta vitale, ma anche l’apertura
di un orizzonte proprio.
Aprendo un orizzonte proprio
Dire che non abbiamo patria né bandiera è contestare
radicalmente questo
gioco.
Dire che siamo traditrici e che non abbiamo nemici è contestare
radicalmente questo
gioco
Dire che rompiamo la
“unità del popolo”,
rompendo con la convivenza
sottomessa
alla violenza è contestare radicalmente questo
gioco.
Dire che non abbiamo armi e che non vogliamo armi è contestare
radicalmente questo
gioco.
Dire che il nazionalismo ci ha espropriato dei mille modi che ci
sono, come baschi e basche, di vivere la nostra cultura, di
reinventarla, mescolarla e ricrearla è contestare radicalmente
questo
gioco.
Dire che non serviremo la patria, né applaudiremo gli eroi, né
renderemo loro omaggio è contestare radicalmente questo
gioco
Dire che questo
gioco di potere è intrinsecamente patriarcale e include il posto
delle donne in
tutti i loro volti, compreso quello di madri e mogli dei
prigionieri, dirlo, è
contestare radicalmente questo gioco.
Dire che respingiamo qualsiasi senso di superiorità
fissato in un popolo
è dire che vediamo in questo sentimento un’ulteriore
forma
di fascismo e questo è contestare radicalmente questo
gioco.
Dire che il dialogo non è un orizzonte, ma un ricatto
degli uni e degli altri
è contestare radicalmente questo
gioco.
Dire che tutti i nazionalismi, cominciando da tutti quelli che
ci sono in Spagna, sono parte dello stesso
disegno
patriarcale espropiatore del
vivere
complesso ed aperto delle culture per convertirle in motivi di
creazione di nazioni, è contestare radicalmente questo
gioco.
Diciamo che rompere con il copione ufficiale basco è aprire alla
responsabilità di costruire una voce propria
che possa
aggiungere
molte altre affermazioni a questa piccola lista, affermazioni
provenienti dalle voci di donne che dicono “non in nostro
nome” in ogni parte del mondo, perciò affermazioni aperte.
“Non abbiamo linea siamo pure curve”
(graffiti delle Mujeres Creando creato a Vitoria per i partiti
“abertzales”)
Qual è il luogo per
affermare questa disobbedienza profonda, qual è il luogo per
unire disobbedienze?
Sarebbe una risposta forse facile, automatica e un po’ semplice
dire semplicemente che l’organizzazione femminista e la rete di
donne in nero è il luogo di questa disobbedienza, il luogo per
dire “non in nostro nome” e costruire una voce propria.
Ma proprio nel momento in cui si fa questa affermazione appaiono
da tutti gli angoli le piccole e grandi evidenze della crisi in
cui sta sommerso da tempo il movimento femminista in Spagna, in
tutte le forme di organizzazione autonoma delle donne; questa
crisi inoltre fa parte della crisi, addormentamento, cooptazione
e istituzionalizzazione dei movimenti sociali in generale.
Forse questo non è il luogo
per trattare in modo approfondito questa crisi, ma allo stesso
tempo non c’è alternativa se dobbiamo situare il momento in cui
la voce fu espropriata dai partiti politici, quando l’iniziativa
smise di essere nostra e l’orizzonte smise di essere un
orizzonte proprio ed autonomo.
Le cause sono molte e molto complesse e da questo spazio sfido a
cercare gli scenari per discuterle, ricordo il processo
dell’assemblea di donne di Álava (solo come uno dei tanti e
tanti e tanti esempi) dove giustamente a partire dal non aver
preso posizione di fronte allla violenza dell’ETA, la mimesi
che si realizzò con il nazionalismo di sinistra, ha
lasciato ogni 8 marzo decimato
nella sua forza vitale e
trasformato in un atto di routine, triste e grigio.
Ho solo lo spazio per segnalare alcuni dei
punti di crisi del movimento femminista di cui faccio parte da
più di 20 anni:
♀
Assenza di voce pubblica e propria,
♀
Assenza di analisi e proposta verso la società, come se fossimo
cadute nella trappola di bloccare
la visione femminista ad alcuni
“temi di donne”,
♀
Riduzione della condizione di essere donna alla donna bianca, di
classe media, ecc. lasciando fuori le vecchie, le povere, le
giovani e tante e tante e tante altre,
♀
Crisi di capacità di mobilitazione,
♀
Frammentazione tematica e conseguentemente identitaria senza
stabilire legami o correlazioni tra forme di subordinazione
delle donne, per esempio considerare il tema delle migranti come
un tema loro, tanto per fare un esempio,
♀
Crisi di linguaggio,
♀
Istituzionalizzazione e subordinazione alle sovvenzioni statali
o municipali
♀
Delegare l’iniziativa alle istituzioni e agli stati come unica
logica di incidenza politica.
♀
Chiusura in logiche endogamiche di gruppi di amiche.
Di fronte a questa crisi
credo ci siano molti compiti da realizzare.
La prima
riconcettualizzazione: cosa intendiamo per movimento sociale.
Analizzare i concetti e le basi identitarie a partire da cui
costruiamo spazi collettivi. Lavorare su forme di linguaggio
proprie e ristabilire il legame con le nostre città, la società
e le persone a partire dal proprio quotidiano.
E’ chiaro che credo sia
vitale non farci divorare dalle logiche istituzionali e che sia
importante resistere a questo. Generare spazi nostri per
arrivare alla società e avere opinioni e dire quel che pensiamo
su tutti i temi sociali che ci attraversano, esprimere opinioni
sulle migrazioni, sull’opinione pubblica, sugli statuti
autonomi. Fare programmi radio e sapere che dall’altro lato ci
sono una o dieci donne e alcuni uomini che ascoltano e
contemporaneamente elaborano una loro visione.
E’ chiaro che credo che
possiamo ricostruire una pratica politica a partire dal
quotidiano, unirci in uno stesso spazio tra diverse e costruire
alleanze insolite e inesperate. Anche per questo sto in Bolivia,
ma senza aver abbandonato i luoghi di lotta e discussione che
fanno parte della mia storia politica.
Mi congedo pensando che il primo luogo della disobbedienza è la
propria vita stessa e che è nel quotidiano che tutto
si mette in moto, mi congedo pensando e sapendo, sentendo e
palpando che nel mondo ci sono molte forme di disobbedienza
messe in atto in questo momento dalle donne nei modi più
insolito.
Mi congedo sperando che queste riflessioni siano utili a donne
sia in Spagna come in altre parti del mondo.
Mi congedo sapendo che la complicità fiorisce e torna a fiorire
dove una meno se lo aspetta, dove non è detto che la troverai,
come è accaduto a me in Bolivia con le compagne che mi hanno
accompagnato nella proposta di questo testo, specialmente con
Maria Galindo, coautrice dello stesso.
Se qualcuna delle donne riunite in questo incontro o no,
qualunque sia il suo luogo, ha voglia di proseguire con queste
idee qui prospettate aspetto le sue riflessioni e i suoi
contributi per continuare a lavorare in questo senso.
E-mail:
idorg@euskalnet.net
La nostra vendetta è essere felici
(graffiti delle Mujeres Creando di Bolivia)
(1) Ho tradotto così l’espressione ”guión oficial vasco” dopo
aver chiesto spiegazioni a Idoia che mi ha così risposto: “Ti
racconto che per me quando parlo del “guion oficial vasco” è più
o meno tutto quello che si deve dire e si deve fare e si deve
pensare... come deve essere un copione teatrale o
cinematografico per essere corretto; vale a dire che devi
pensare, dire agire in funzione di un copione che è quello che
ora propone il governo basco (sempre in mano al Partito
Nazionalista Basco, chiaramente di destra), devi amare la tua
lingua e fare di essa una questione di stato e nazione, devi
amare la tua terra più di tutto.. e avere una determinata
estetica e avere determinati amici e amiche, cioè c’è un modello
ufficiale da seguire per essere idealmente basco.. cosicché se
sei lesbica o sei di qui ma non sai “euskera”, se non hai amici
e amiche che vivono in “caserios” (casa rurale basca) o non vai
a vedere lo sport rurale basco nei villaggi, ecc, ecc, ecc... se
non vedi la televisione basca (che qui ha due canali ufficiali
uno in basco e l’altro in castigliano ) ... infine se nom fai
tutto questo sei meno basca o sei disertora o non sei delle
nostre...”. |